Quando una startup non decolla: le ragioni del fallimento

Quali sono i motivi alla base dell’insuccesso di molte startup? Proviamo ad elencarne alcuni prendendo spunto da una case history illuminante.

Federico Antonioni

di Federico Antonioni - Team HarviUp

Pubblicato il  24 maggio 2018

Caro startupper,

quella che ti accingi a leggere è la storia di un piccolo insuccesso che ha come protagonisti alcuni giovani aspiranti imprenditori italiani residenti nel Regno Unito.

Scopo di questa narrazione è quello di portare alla luce alcune criticità che possono insorgere nello sviluppo di una startup innovativa.

Ci auguriamo quindi che questa case history negativa possa tornarti utile nel processo di crescita del tuo business, portandoti in primis a riflettere sul significato del fallimento come momento di consolidamento e potenziamento del tuo “io” imprenditoriale.

Perchè – è sempre bene ricordarselo – a fallire non siamo noi in quanto persone, ma i nostri progetti e le nostre idee d’impresa.

Essendo frutto della nostra creatività, della nostra esperienza e della nostra capacità di pensiero e azione nella realtà, idee e progetti possono essere continuamente migliorati e perfezionati (o anche semplicemente abbandonati) al fine di cogliere quell’opportunità di cambiamento che è insita nel concetto stesso di fallimento.

È proprio in tal senso che la crisi e l’insuccesso vanno considerati come momenti di cambiamento e stimolo per la creazione di nuove occasioni di business.

Una startup e-commerce per artisti e appassionati d'arte

Il fallimento di cui desideriamo parlarti riguarda un progetto di e-commerce per artisti emergenti (di cui non faremo il nome essendo la società ancora in essere), con l’aspirazione di diventare l’Amazon “sociale” dell’arte; un ibrido tra una piattaforma per la vendita di opere d’arte e un social network per far dialogare tra loro artisti, galleristi e potenziali acquirenti.

Il focus della startup, quindi, era quello di mettere in comunicazione questi tre attori offrendo loro uno strumento di interazione multimediale avanzato che consentisse di eseguire transazioni e pagamenti per l’acquisto di opere d’arte e organizzare eventi sul territorio come mostre e workshop.

Un progetto ambizioso, dunque, forse troppo ambizioso per le reali capacità del team, i cui membri, occorre sottolineare, erano tutti alla loro prima esperienza come startupper.

Il team era così composto: un web developer, due business strategist, due esperti di comunicazione web e un content curator. Insomma, la squadra aveva tutte le competenze necessarie per avviare il progetto, generare un buon numero di lead e raccogliere i primi finanziamenti.

A quel punto la prima cosa da fare era cercare di dare un’organizzazione al team dotandolo di una metodologia di comunicazione interna.

I membri scelsero di comune accordo di utilizzare Skype per le web conference settimanali, Dropbox per l’archiviazione di documenti, Trello per l’organizzazione dei task, Gmail per lo scambio quotidiano di informazioni e contenuti e WhatsApp per le comunicazioni istantanee e condivise in tempo reale.

Le riunioni settimanali coinvolgevano tutti i membri del team e si svolgevano in un clima di norma molto sereno e informale.

Punto per punto venivano affrontate tutte le questioni all’ordine del giorno, a partire da quelle più urgenti.

Gli scambi di e-mail erano frequenti e permettevano a tutti di essere sempre allineati sull’evoluzione della situazione.

L’utilizzo di Trello, invece, non era ben visto da tutti, forse per la natura molto “settoriale” dello strumento e quindi era usato solo dalle figure più operative del gruppo.

Tutto a regola d’arte, insomma. Ma allora, ti starai chiedendo, qual era il problema?

Motivi del fallimento: le criticità all'interno del team

Tralasciando tutto il discorso relativo all’effettiva capacità di questo tipo di business di creare un mercato, due sono le criticità emerse all’interno del team rivelatesi poi decisive per il fallimento del progetto:

  • la mancanza di una strategia condivisa;
  • l’incapacità di definire e rispettare i ruoli di competenza;

Per quel che riguarda il primo punto è evidente che l’assenza di una metodologia condivisa per il raggiungimento degli obiettivi di medio/lungo termine ha avuto un ruolo essenziale nel fallimento della startup.

Possiamo definire, infatti, la strategia come una pianificazione a lungo termine delle attività da compiere per raggiungere un obiettivo definito sfruttando in modo ragionato, efficiente ed efficace le risorse a disposizione.

In questo caso non c’era condivisione sulle attività da svolgere per ottenere i risultati prefissati.

fallimento startup credi in te stessoQuesto primo aspetto era direttamente correlato al secondo, in un rapporto di causa-effetto reciproco che ha dato vita a una sorta di cortocircuito interno.

In buona sostanza, la mancanza di una strategia condivisa era al tempo stesso origine e conseguenza dell’incapacità (o non volontà) da parte di ciascun membro di definire e rispettare il ruolo degli altri all’interno del team.

Ma ciò che in principio aveva dato origine al cortocircuito era la scarsa fiducia nell’operato altrui, derivante dai pochi risultati ottenuti fino a quel momento; e senza un rapporto forte di fiducia, condivisione e collaborazione tra i “giocatori” è impossibile creare una squadra vincente.

Fallire per imparare, migliorare, evolversi

E allora, caro startupper, qual è l’insegnamento che possiamo trarre da questa esperienza? Qual è in parole povere la morale della favola?

Appare evidente che l’aspetto fiduciario risulta essere fondamentale per il buon funzionamento di uno startup team: senza fiducia reciproca tra i membri non può esserci rispetto dei ruoli né tantomeno delle gerarchie.

fallimento startup

In un ambiente contraddistinto dal continuo rimpallarsi delle responsabilità, la startup non ha alcuna possibilità di evolversi; l’assenza di fiducia, infatti, si traduce quasi sempre in assenza di azione che di fatto annulla ogni opportunità di crescita per il business. Il fallimento a quel punto diventa inevitabile.

Ed è qui che possiamo ricavare il secondo insegnamento: come ricordavamo all’inizio dell’articolo il fallimento deve essere in ogni caso vissuto come un’occasione per ripartire e non come la fine di un “sogno”; un’opportunità per imparare e per evolversi, non per abbattersi e rifugiarsi in inutili piagnistei.

Questa, caro startupper, se ancora non lo avessi capito, è la filosofia HarviUp. Pertanto, se desideri mettere alla prova il tuo progetto di business e confrontarti con una linea di pensiero proattiva, votata alla concretezza del risultato, ti invitiamo a effettuare il test startup che ti dà di prenotare una consulenza gratuita di 60 minuti con il nostro team di specialisti.

Ti aspettiamo!

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